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ILVA TARANTO : Vogliamo vivere e non lavorare, non lavorare per morire.

Domenica 19 Agosto 2012, 11:46 in società di

Ci rivedremo molto presto nelle strade di Taranto e aridatece le cozze fresche!

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Era abbastanza evidente da tempo ciò che sia andava accumulando nel profondo meridione del nostro piccolo paese in declino ed era abbastanza prevedibile che una scintilla avrebbe cominciato o meglio continuato a incendiare quella prateria sociale che dopo il movimento dei forconi e degli autotrasportatori in Sicilia, le battaglie dei contadini e pastori sardi, avrebbe proseguito dalla Val di Susa in giù sulla strada tracciata dalle tante resistenze sociali.

E che quindi la scintilla nella prateria avrebbe continuato la sua inarrestabile espansione e sedimentazione arrivando proprio a Taranto non sorprende affatto soprattutto se un po' si conosce la decennale battaglia portata avanti dai comitati popolari e di quartiere che da anni denunciano in città ciò che oggi anche la magistratura - fin'ora scimmietta sordomuta - ha (finalmente!) evidenziato con la sentenza di chiusura immediata dell'Ilva.

Dopo decenni di inquinamento in nome del profitto come forma dello Stato con il nome di Italsider, oggi una città risvegliata e mobilitata dal basso di prima mattina ha radunato la migliore Taranto in lotta che ha raccolto un dato politico così'evidentemente nazionale che non a caso contestava con consapevolezza, chiarezza e tanta forza proprio il governo Monti che guarda un pò, nella figura dei suoi ministri, voleva venire ad imporre la legge del potere esecutivo, schierando la politica e tante guardie, contro il potere giudiziario, contro una magistratura che per una volta tanto ha voluto perseguire i corrotti e criminali capitani d'industria, in questo caso la Family Riva. Tirando le somme con un sol colpo il rispettabilissimo governo Monti ha abrogato l'equilibrio fondamentale tra i poteri istituzionali della formale democrazia che tanto vanno sostenendo a piè sospinto e contemporaneamente decretato che l'unico possibile spazio produttivo e sito lavorativo per i Tarantini rappresenti anche la loro eterna tomba.

Il governo dei professori senza provare questa volta nessun rammarico, senza versare nemmeno una lacrimuccia, senza nemmeno battersi un po' il petto - quando si parla di soldini, di tanti soldini, non si scherza più e si sa a quel punto le narrazioni vuote di contenuto si sciolgono come neve al sole - ha niente di meno che posto in stato emergenza una città intera minacciando decreti d'urgenza mettendosi frontalmente contro la magistratura pur di difendere i padroni e un sito produttivo illegale come l'Ilva che nessun altro paese europeo, permetterebbe di costruire con quelle dimensioni e tali costi sociali. E non contento ha pensato bene per mezzo del questore e prefetto di vietare ogni manifestazione per non turbare la quiete mortifera che padroni, governo e sindacati avevano ormai accordato. 

Dopo aver mappato una nuova geografia dei conflitti ormai sempre più estesi da una parte all'altra della penisola oggi abbiamo toccato con mano una città ribelle e consapevole, arrabbiata e politicamente intelligente pronta ad una lotta lunga, consapevole quindi di dover resistere alla tentazione di chiudere la partita proprio come vorrebbero le controparti politiche e aziendali.

 Rompendo il divieto della questura, la piazza radunata già dalle prime ore della mattina ha cominciato a riempirsi fino a tracimare nella strada principale e in corteo ovviamente non autorizzato ha scelto di riprendersi le strade per cominciare a riprendersi il proprio futuro.

Irrappresentabilità ed indipendenza della lotta sono state le parole che si ripetevano maggiormente dall'affollato palco e si riferivano tanto al governo nazionale che ai governi locali, come quello del governatore Vendola che ha tradito la cittadinanza di Taranto riempiendosi la bocca fino a pochi mesi fa' con la sua nuova narrazione ecologista.

Una moltitudine di precariato sociale, che lavora anche dentro l'Ilva ma soprattutto fuori (ma qui conta poco, la retorica pseudoperaista la lasciano agli apportunisti) o magari è disoccupato e magari non lavora da anni, oggi si è incontrato con pensionati, casalinghe, ragazze madri, tifosi, sindacalisti di base, insegnanti, immigrati, turisti solidali della costa, in migliaia a rompere il divieto e a dire chiaramente che la lotta a Tanto continuerà fino a quando l'Ilva non chiuderà.

Troppi morti causa questo lavoro.

E ovviamente non sono morti "bianche", neutre senza responsabili.

A Taranto il tema del reddito garantito, sociale di esistenza, si respirava per strada e se ne dovranno accorgere anche coloro che uniti-uniti contro
la crisi chiamavano lavoro bene comune la loro istanza fondamentale.

Qui la vicenda del reddito è anche contro il lavoro se necessario dirlo.

Ma sicuramente nella sua funzione principale, è contro il ricatto che esercita la pressione del ciclo capitalista nocivo e infame che trasuda nelle nostre vite. A Taranto la ferita aperta dalla nocività, dalla boria padronale, dagli scondinzolamenti sindacali apre le strada alla ricchezza della vita contro il profitto, si costituisce movimento per rompere la gabbia, per lottare contro la corruzione del lavoro.

Noi vogliamo vivere e non lavorare per morire, questo rimbombava nelle strade di Taranto, negli slogan di migliaia di ragazzi che aprivano la manifestazione senza bandiere e simboli di partito.

Diventa quindi paradigmatica questa lotta perché diviene comune, nella chiave di volta delle contraddizioni che incarna, al centro della crisi di sistema, dentro il nervo scoperto della follia distruttrice del capitalismo.

Ci rivedremo molto presto nelle strade di Taranto e aridatece le cozze fresche!

Nodo redazionale indipendenti www.indipendenti.eu

 
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